Racconto: le storie più tremende sono quelle vere

Martin sfogliava spesso i volumi della grande enciclopedia geografica che aveva ereditato da suo nonno. Rappresentava, quasi in un affresco gigantesco, il mondo come era all’inizio dei ruggenti anni Venti. Le repubbliche caucasiche dell’Armenia e della Georgia erano descritte quali due stati da poco indipendenti, ma il libro non poteva sapere che di lì a pochissimo sarebbero state riconquistate dai bolscevichi. La cartina politica dell’Africa aveva praticamente due soli colori: il blu chiaro delle colonie francesi ed il rosa di quelle inglesi. Segno evidente che la Germania aveva tentato il grande colpo ma l’aveva miseramente fallito. La cartina del Sudamerica mostrava un Paraguay perfino più piccolo di adesso. Ma ciò che stupiva Martin era la situazione economica di allora: l’Argentina, il suo paese, era fra i dieci più ricchi del pianeta. Facendo le previsioni per il XX secolo, l’enciclopedia ne paragonava le prospettive di sviluppo con quelle degli Stati Uniti.
Invece la realtà, ora che il XX secolo era quasi finito, mostrava l’inesorabile declino economico dell’Argentina e quello suo personale. Come impiegato municipale, Martin riusciva a stento a mantenere la moglie e i due figli di tre e quattro anni. Meno male che viveva in una cittadina di provincia, giù nella Pampa, e non nella costosissima Buenos Aires. La sua auto antidiluviana era a pezzi, la marmitta tutta bucata ed il pianale arruginito.

Era l’inizio dell’inverno (che in Argentina comincia a giugno) e si avvicinava un ponte di quattro giorni.
“Martin, non vedo i miei genitori da più di un anno!” disse bruscamente sua moglie.
“Ora che c’è il ponte, prendiamo l’auto ed andiamo a trovarli” aggiunse.
L’auto era veramente malconcia, ma la strada per Cordoba è tutta pianeggiante e la distanza non è eccessiva: 400 km. Poi lì avrebbe potuto farla vedere da suo cognato, che era carrozziere.
“Va bene”, rispose Martin, “speriamo che i bambini non si stufino e non si mettano a frignare, perché andrò pianissimo ed il viaggio sarà lungo e monotono”.

La mattina della partenza i due piccoli, fratello e sorella, si misero sul divano posteriore portando con sé una buona quantità di giocattoli. Il viaggio iniziò senza intoppi. Dopo mezz’ora, quando vide che i due cominciavano ad agitarsi, la mamma disse: “Provate a dormire un po’, così sarete riposati quando arriviamo dai nonni”. I due si sdraiarono sul divano e, con gran gioia della mamma, in breve si addormentarono davvero. Dopo quasi tre ore di guida, anche Martin si sentiva assonnato e pure la moglie si stava appisolando. “Fermiamoci qui dal benzinaio”, disse Martin, “Oltre a fare il pieno, devo assolutamente sgranchirmi le gambe e respirare una boccata di aria fresca.”
Fermata l’auto, Martin corse alla toilette, mentre la mamma notava che, stranamente, i bambini non si erano ancora svegliati. Cominciò a chiamarli, mentre apriva una scatola di biscotti da distribuire loro.
“Signora!”, esclamò il benzinaio con voce strana, “non si è accorta che i bambini sono morti?”
L’ossido di carbonio, sprigionatosi dalla marmitta rotta, si era diffuso attraverso i buchi del pianale e si era addensato a livello del divano posteriore.

Martin è un personaggio di fantasia, ma questo racconto è ispirato ad un fatto realmente accaduto.

 

Racconto: le storie più tremende sono quelle vereultima modifica: 2010-01-24T21:30:40+01:00da virclarissimus
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